Dario D'Adderio: un poeta divertente
Ha scritto canzoni dialettali che tutti conoscono, che tutti cantano e per le quali nessuno ammette di aver pianto, di aver amato per un momento questa terra così poco abituata ai suoi talenti e alle sue possibilità.
Dario D'Adderio ha giocato col sammartinese come i bambini di paese giocano a pallone: per strada, senza scarpe e senza divise, inseguendo la palla a istinto, cuore e fiato.
Gli artisti sono questo: bambini contro vento che sentono l'emozione prima degli altri e le danno la traiettoria che vogliono, la direzione del vento.
Dario ha raccontato l'emigrazione negli anni in cui i giovani molisani non erano più poveri e analfabeti, ma studeni, post sessantottini abbastanza ricchi per non dover partire, o non abbastanza per poter viaggiare. Come diceva massimo Troisi, se sei meridionale in viaggio sarai sempre emigrante. E quel dolore che sembra una risata, quella malinconia che sembra ironia Dario l'ha fatta diventare musica e parole e l'ha cantata, rendendola universale.
Dodici canzoni in un disco che tutti hanno, come le bandiere della squadra di calcio del cuore: "U traìne".
Dentro, come in una valigia da portare sempre con sè, c'è la Carrese, ispirata al poema di Domenico Sassi. Ma lui la traduce in taranta e ci mette dentro, come spezie, i suoni, i ritmi, i toni del mediterraneo più ostico e più raggiante di sole. E infatti, uno dei brani è L'Onde dù mare, E poi ancora, A leggenda de Sand Lè. C'è, insomma, tutta la cultura popolare del Sud, la lingua, la storia e la nostalgia che per i brasiliani sarebbe "saudagi", e per noi è solo abitudine.
In sammartinese l'allegria si indurisce, come la pietra a Gennaio, e diventa sarcasmo. Ma accade anche la magia inversa e basta un raggio di sole nuovo perchè il vuoto diventi "tutto ciò che basta", e la parola poesia.
In questo disco, infatti, c'è il volto di un uomo semplice, un povero cristo che vive fuori dalla realtà, a pochi metri dalle luci della piazza e a mille anni dai suoi rumori di macchine e di modernità: Vastiane cammina lungo una storia a cui non apparterrà mai e senza far rumore se ne và, da solo, in una sera d'inverno. Dario lo racconta e quell'uomo improbabile diventa indispensabile alla comprensione del cuore umano.
Sembra folklore la sua musica di piazza ma è soavità: quella bellezza inattesa che fa nascere una margherita tra le pietre.
cater sottile
P.s.
Dario è dei Giovani, purtroppo! Una mia recensione è un privilegio che non dovrei concedergli, in effetti. Ma mò, quando uno è bravo è bravo.
Tanto, il Piave mormorò..non passa lo straniero e neanche Dario D'Adderio...zà zà!
Dario D'Adderio ha giocato col sammartinese come i bambini di paese giocano a pallone: per strada, senza scarpe e senza divise, inseguendo la palla a istinto, cuore e fiato.
Gli artisti sono questo: bambini contro vento che sentono l'emozione prima degli altri e le danno la traiettoria che vogliono, la direzione del vento.
Dario ha raccontato l'emigrazione negli anni in cui i giovani molisani non erano più poveri e analfabeti, ma studeni, post sessantottini abbastanza ricchi per non dover partire, o non abbastanza per poter viaggiare. Come diceva massimo Troisi, se sei meridionale in viaggio sarai sempre emigrante. E quel dolore che sembra una risata, quella malinconia che sembra ironia Dario l'ha fatta diventare musica e parole e l'ha cantata, rendendola universale.
Dodici canzoni in un disco che tutti hanno, come le bandiere della squadra di calcio del cuore: "U traìne".
Dentro, come in una valigia da portare sempre con sè, c'è la Carrese, ispirata al poema di Domenico Sassi. Ma lui la traduce in taranta e ci mette dentro, come spezie, i suoni, i ritmi, i toni del mediterraneo più ostico e più raggiante di sole. E infatti, uno dei brani è L'Onde dù mare, E poi ancora, A leggenda de Sand Lè. C'è, insomma, tutta la cultura popolare del Sud, la lingua, la storia e la nostalgia che per i brasiliani sarebbe "saudagi", e per noi è solo abitudine.
In sammartinese l'allegria si indurisce, come la pietra a Gennaio, e diventa sarcasmo. Ma accade anche la magia inversa e basta un raggio di sole nuovo perchè il vuoto diventi "tutto ciò che basta", e la parola poesia.
In questo disco, infatti, c'è il volto di un uomo semplice, un povero cristo che vive fuori dalla realtà, a pochi metri dalle luci della piazza e a mille anni dai suoi rumori di macchine e di modernità: Vastiane cammina lungo una storia a cui non apparterrà mai e senza far rumore se ne và, da solo, in una sera d'inverno. Dario lo racconta e quell'uomo improbabile diventa indispensabile alla comprensione del cuore umano.
Sembra folklore la sua musica di piazza ma è soavità: quella bellezza inattesa che fa nascere una margherita tra le pietre.
cater sottile
P.s.
Dario è dei Giovani, purtroppo! Una mia recensione è un privilegio che non dovrei concedergli, in effetti. Ma mò, quando uno è bravo è bravo.
Tanto, il Piave mormorò..non passa lo straniero e neanche Dario D'Adderio...zà zà!






