I viaggi in Calabria
Da bambina, capitava spesso che qualcuno venisse a casa a bussare in piena notte; di solito era Settembre. Ero quasi sempre io ad aprire, anche se ero la più piccola. Mio padre fingeva di sorprendersi poi si alzava, si vestiva e cominciava a muoversi velocemente. Preparava una borsa di pelle nera, con la chiusura lampo, e mi chiedeva di trovargli i fazzoletti: a mia madre non poteva dirlo. In quella ventiquattr'ore metteva una camicia pulita, il pennello da barba, molti pacchetti di sigarette. Si preparava con cura ma senza perdere tempo, si passava un po' di brillantina Linetti nei capelli e inforcava gli occhiali da sole: non usciva mai senza i suoi Persol, neppure di notte. Io lo seguivo in silenzio mentre mamma sbraitava. La sentivo borbottare, recriminare ma papà filava via senza dare spiegazioni. Scendeva, risaliva, tentennava, controllava di avere preso tutto, si aggiustava la giacca ma era solo per dire a me: "Non dirlo a nessuno che sono partito, capito, papà?" Metteva il cappello prima di uscire, e andava, quasi scappando. Di me non si fidava molto: ero troppo vivace, troppo socievole e quella raccomandazione la faceva sempre e solo a me; con i miei fratelli non serviva. Soprattutto mio fratello piccolo, uguale a lui, non aveva bisogno di istruzioni come me. Ma ero soddisfatta lo stesso: partivano per la Calabria e per me era festa. Ad aspettarlo fuori c'era la 124 Special blu di Leo La Vecchia. Mitica, sempre perfettamente in ordine, lucidissima. Sentivo la portiera sbattere e tornavo a letto, strafelice. Quella 'confessione' di papà mi rendeva depositaria di un grande segreto ma voleva anche dire che per almeno una settimana potevo rimanere fuori a giocare fino a tardi e dormire con mamma. Non capivo proprio perchè lei si arrabbiasse tanto. Mio padre partiva per una "missione diplomatica" e non sapevo perchè non ne fosse contenta come me. Qualche volta se ne andava persino senza dirlo, sparendo all'improvviso. Ad avvertirci veniva zio Peppino Raimondo: u fratiell! Entrava sorridendo ma sapeva di dover schivare la rabbia di mia madre, a cui quel suo "fratello di sangue" sapeva sottrarsi con grande abilità. Zio Peppino la ascoltava pazientemente, cercava di incassare i colpi e poi andava via strizzandomi l'occhio. E io pensavo che le 'donne' non capiscono nulla! Una volta andarono a comprare i buoi una settimana prima dei Carri. Non ricordo che anno fosse, avevo cinque anni o forse meno. Quelli che avevano non soddisfacevano mio padre e decisero di fare quell'azzardo. Al ritorno lui aveva un'aria soddisfatta, quasi strafottente, come non aveva mai. Proprio perchè a me non raccontava tutti quei segreti complicati io ho imparato ad osservarlo bene, a riconoscere i suoi pensieri da ogni piccola espressione del viso. Se quando tornavano era tranquillo voleva dire che il 30 Aprile avremmo vinto. E non ci si poteva sbagliare! Quella volta, chissà, forse non ne era sicurissimo e aspettò l'arrivo dei Carri davanti al bar di Peppe. Quando i Giovanotti sbucarono per primi in Via Marina mosse appena la bocca, solo un piccolo cenno; lui era così! Ma anche mamma impazziva quando vincevamo e dimenticava le arrabbiature per i viaggi in Calabria. Lei, e lo capii solo con gli anni, sapeva che i Carri costano: costano soldi, sacrifici, assenze da casa, costano fatica e per chi va a correre costano anche ansia, paura. Ora mi mancano molto quelle sere di fine estate passate a giocare fuori fino a tardi e mi mancano le certezze ingenue che mi dava lo sguardo di mio padre, ovviamente, non solo per i carri. Mi chiedono spesso perchè mi piacciono così tanto e perchè gioco, mi lascio prendere in giro, sfotto. Perchè dentro tutto questo ci sono i miei legami forti, c'è la mia storia, ci sono i miei affetti veri. E non posso fingere di non farne parte. E' la stessa ragione per cui mi sento a mio agio anche tra gli anziani del carro dei Giovani, quelli di cui in fondo, sono un po' figlia. Benchè, con tutto l'affetto profondo che ho per loro, sempre quaterna è! E sempre sorbetto.






